Contenuti per adulti
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I contatti tra noi erano pochi, ma sempre puntuali.
Saltuari, è vero, ma mai del tutto assenti.
Come le gocce di pioggia prima del temporale: isolate, ma cariche di qualcosa.
Non parlavamo per mesi, poi all’improvviso un messaggio.
Un like a una foto.
Un commento fugace sotto una storia.
Una canzone condivisa, senza spiegazioni.
Era come se ci dicessimo: “Ehi, non ti ho dimenticato.”
Ma senza mai ammetterlo davvero.
E poi, un giorno, non ricordo né come né perché, decidemmo di vederci.
Forse uno dei soliti messaggi buttati lì, o forse uno scambio più lungo del solito.
Non saprei dirlo.
So solo che, a un certo punto, ci ritrovammo d’accordo:
Villa comunale. Come allora.
Quel posto.
Quel tempo.
Quel noi sospeso.
Era lì che avevamo passato un’intera estate anni prima.
Lì dove tutto era iniziato. Dove le risate si mescolavano ai primi sguardi carichi di desiderio. Dove bastava esserci per sentirsi abbastanza.
Tornarci dopo tutto quel tempo aveva un sapore strano.
Nostalgia, forse.
O forse solo bisogno di capire se quello che avevamo lasciato in sospeso esisteva ancora, sotto la polvere degli anni.
Mentre camminavo verso di te, rivedevo tutto: le panchine, il viale alberato, le chiacchiere leggere che ci facevano sentire adulti.
Ma adesso eravamo diversi.
Io lo ero di sicuro.
Ti vidi da lontano.
E per un istante, il cuore fece quello strano salto che conoscevo fin troppo bene.
Non era come vedere un vecchio amico.
Era come tornare in un posto che ha smesso da tempo di appartenerti, ma di cui hai ancora le chiavi.
Ci abbracciammo.
Un gesto semplice, eppure denso di tutto ciò che non avevamo mai detto.
E così, come se gli anni non fossero mai passati, ci sedemmo su quella solita panchina.
Io parlavo più di te.
Ma non era una novità. È sempre stato così, in fondo.
Eri più propenso all’ascolto, più attento che loquace.
Però, di tanto in tanto, dicevi la tua, con quel tuo modo discreto fatto di poche parole ma sempre esatte.
Un sorriso, un commento, una domanda al momento giusto.
Non dicevi molto, ma c’eri. E si sentiva.
Così, mentre il tempo sembrava rallentare attorno a noi, cominciai a raccontare.
Di me, di tutto ciò che era successo in quegli anni.
Parlavo con entusiasmo, a tratti quasi con urgenza, come se avessi accumulato dentro una valanga di parole che adesso non volevo più trattenere.
Ti mostrai le foto della mia prima laurea, ti parlai dei traguardi, delle fatiche, delle delusioni.
Ti raccontai della mia vita, così com’era andata, pezzo dopo pezzo.
E tu mi ascoltavi davvero.
Non con quell’ascolto distratto che si offre per educazione, ma con quella presenza che fa sentire accolti.
Ogni tanto sorridevi, annuivi, aggiungevi qualcosa che mi faceva capire che eri lì, con me, dentro ogni parola.
Parlammo del più e del meno.
Delle nostre vite. Dei nostri percorsi.
Dei nostri “tutto bene”, che sapevano di bugie raccontate tante volte da sembrare vere.
Sorridevamo. Come se niente fosse.
Come fossimo due normali amici.
Ma tra una risata e l’altra, nei silenzi, qualcosa premeva.
E non lo dicemmo.
Non lo chiedemmo.
Non lo affrontammo.
Perché sarebbe bastata una parola sbagliata per far crollare quel fragile equilibrio.
Perché ci vuole più coraggio a lasciare andare ... che a restare aggrappati a qualcosa che non sai neanche se esiste più. Non sai neanche se è mai esistito.
Quando ci salutammo, fu tutto così lieve da sembrare innocuo.
Un bacio sulla guancia.
Un “ci sentiamo”.
Un sorriso.
Qualcosa stava per riaccendersi.
O forse, semplicemente, non si era mai davvero spento.